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Liceo Scientifico Statale "A.
Labriola"
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LE RADICI NEL TEMPO DEL MONUMENTO DA NOI SCELTO: QUI DI SEGUITO VIENE PRESENTATA UNA PICCOLA DISPENSA STORICO - ARTISTICA REDATTA RACCOGLIENDO INFORMAZIONI DALLA RETE. |
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| Urbanistica nell'Italia fra le due Guerre | |
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5. GLI SVILUPPI URBANISTICI DI ROMA FRA LE DUE GUERRE MONDIALI a)
IL PRIMO DOPOGUERRA. LO SMANTELLAMENTO E L’AFFOSSAMENTO DEL PIANO SANJUST Per una più agevole e chiara
impostazione dell’argomento, una periodizzazione degli sviluppi
urbanistici di Roma fra il 1918 e il ‘43 può essere articolata in tre
fasi distinte: il dopoguerra prefascista, dal ‘18 al ‘25; gli
anni dal ‘25 al ‘37 che ruotano intorno alla
preparazione e alla redazione del piano del ‘31 e nel quale sono
comprese le realizzazioni monumentali più significative del regime
fascista; e il periodo dal ‘38 al ‘43 nel quale si completano i
grandi lavori ma che ci permette anche di leggere un mutamento sensibile
negli orientamenti di piano, centrati ora intorno all’idea di una Roma
Imperiale e dominati dalla realizzazione dell’E 42 con la spinta
impressa alla direzione di espansione verso il mare. Naturalmente, la
saldatura interna fra le diverse fasi è assicurata da una continuità
di riferimenti a diversi livelli, dagli interessi economici prevalenti
nella città cioè, sul piano urbanistico, dalle caratteristiche della
sua crescita e dai contenuti ideologici assunti cioè dalle proposte
formali svolte nei progetti e nei piani anzi, per molti aspetti non
trascurabili, senza nulla togliere alla specificità e alla «
originalità » della Roma fascista, la prassi urbanistica del
ventennio rinvia assai più indietro nel tempo fino al periodo
giolittiano e umbertino, così come naturalmente proietta i propri
effetti ben entro il secondo dopoguerra. L’amministrazione romana
succeduta nel 1914 al Blocco radicale è da tempo all’opera per
liberarsi del piano regolatore Sanjusì del 1909, che costituisce un
vincolo abbastanza preciso alla valorizzazione indiscriminata dei suoli
urbani. Nel 1916 viene nominata una commissione di tecnici, comprendente
Gustavo Giovannoni per elaborare una relazione sulla validità del piano
e sulle prospettive della politica urbanistica della capitale. La
relazione, redatta nel ‘18, rivolge la sua attenzione soprattutto al
problema del centro storico, pronunciandosi secondo gli orientamenti già
espressi dal Giovannoni negli anni precedenti per il principio del
rispetto integrale degli ambienti antichi, aulici o popolari, da
salvaguardare restaurandoli e restituendo l’abitato a condizioni di
vita più igieniche e umane. è la prima volta che una affermazione del
genere viene assunta con questa chiarezza dopo l’attuazione degli
sventramenti previsti nei piani ottocenteschi: e su questa base la
commissione attacca il piano Sanjusr non certo avaro di nuove previsioni
distruttive per il centro storico. Ma una dichiarazione autorevole di
insufficienza del piano è proprio quanto preme all’amministrazione
romana guidata dal principe Colonna ed evidentemente vicina ai maggiori
interessi fondiari, per abrogarne di diritto o di fatto la legittimità. È un
obbiettivo che in ogni modo, al di là delle legittimazioni culturali,
può essere avvicinato già nel 1920 attraverso altre vie convergenti,
anche più immediate: l’alterazione delle disposizioni del piano
relative alle tipologie delle zone edificabili, e la costruzione di
interi quartieri programmati fuori dai limiti del piano. Il piano del
1909, ammetteva tre tipi di edifici per regolamentare l’espansione
urbana, precisamente definiti dal regolamento edilizio generale
(relativo alle costruzioni entro il piano) e da un regolamento edilizio
speciale (redatto in omaggio alla legge Giolitti del 1907, e relativo a
nuovi quartieri e abitazioni da costruire sia all’interno che
all’esterno del piano): i « fabbricati », i « villini
», e i « giardini ». Dei fabbricati si specificava
l’altezza massima in 24 metri, i villini dovevano essete costituiti da
due piani più il piano terreno ed essere circondati da giardino, i
lotti destinati ai « giardini » potevano essere
costruiti solo per 1/20 dell’area totale. Le pressioni per aumentare
le condizioni di edificabilità, nate all’indomani della approvazione
del piano, giungono a essere formalmente ratificate da un regio decreto
del 1920 che prendendo spunto dalla « acutissima crisi delle
abitazioni » consente sulle aree destinate a villini la costruzione di
blocchi dell’altezza di 19 metri « salvo parziali
sopraelevazioni che rendano armonico e variato il profilo
dell’edificio, a giudizio dell’amministrazione comunale » (si
tratta cioè di 19 metri più un attico), con distanza minima dai
confini di m. 5,80. Queste disposizioni transitorie, da
abrogarsi alla metà del 1922, vengono poi prorogate per diciotto mesi
fino alla fine del 1923 e quindi, ancora provvisoriamente fino al 1925,
quando, accanto-nato ufficiosamente il piano del 1909, restano di fatto
in vigore e vengono assunte dal successivo piano del 1931. Questa
variazione nella normativa non solo costituisce nel suo complesso un
premio enorme alla rendita fondiaria, ma pone le premesse di uno
sviluppo edilizio abnorme e squilibrato portando a insistere strutture e
volumi più che triplicati sullo stesso tessuto connettivo individuato
sulla base della normativa stabilita in precedenza, senza che nessuna
variazione nella zonizzazione o nella viabilità venga presa in
considerazione. Anche perché questi provvedimenti si inseriscono in un
momento in cui l’attività edilizia si mostra ormai in sensibile
ripresa, rilanciata dalle convenzioni stipulate caso per: caso fra l
‘amministrazione e i prìvati, che eludono i contributi di miglioria;
poco più tardi, nel ‘23, viene ad aggiungersi l’ aziono
venticinquennale accordata a ogni: nuova costruzione senza alcun vincolo
ali n:iscrizioni di piano regolatore. A partire dal 1920 inoltre —
mentre si vanno avviando o completando alcune
delle zone in previsione nel piano Sanjust sono proprio alcuni programmi
coordinati a carattere pubblico o semipubblico a ignorare o rovesciare i
presupposti dello strumento urbanistico vigente. Al 1920 risale
l’inizio della “città giardino Aniene” (poi chiamata Monte
Sacro) nata al difuori dei limiti del piano per iniziativa di un «
Consorzio città giardino » nel quale accanto a interessi di natura
privata figura anche l’Istituto popolari. Il progetto, dovuto a G.
Giovannoni, è in chiave con l’idea del quartiere-giardino — in
quegli anni al centro del dibattito europeo,nella prospettiva del
‘decentramento’— e ne costituisce anzi uno dei più convinti
tentativi di ambientamento nella situazione italiana, con il suo
tracciato stradale curvilineo con le tipologie a villini a bassa densità
con l’adattamento al paesaggio collinare oltre Il corso
dell’Aniene, per la stessa destinazione al ceto medio, per la sua
posizione nettamente decentrata rispetto alle ultime propaggini della
periferia di Roma, con la quale il quartiere si collega mediante un
ponte intorno al quale si concentrano i servizi necessari. Ma la
prospettiva di realizzare un garden suburb si rivela del tutto
irrealistica nella situazione romana: Monte Sacro è ben presto
circondato dalla crescita a macchia d’olio della città, che proprio
con la sua presenza ha contribuito a pilotare in quella direttrice
perdendo quella autonomia con la quale si era inteso caratterizzarlo; la
sostituzione dei villini con le « palazzine» ne muta
completamente la natura e l’aspetto, oltre che il livello di
funzionalità complessiva. In
una direzione opposta verso sud, oltre il Testaccio, e ancora fuori dei
limiti del piano regolatore vigente nasce su progetto di Giovannoni e
Piacentini il nuovo quartiere della Garbatella. Ancora una volta il
principio di una unità decentrata e autonoma, analogo a quello di Monte
Sacro, diversa è invece la destinazione e il livello sociale: la
Garbatella è costruito dall’Istituto case popolari per accogliere i
baraccati abusivi e i senza tetto; più tardi vi saranno alloggiate le
famiglie espulse dal centro storico in seguito alle demolizioni e ai
rifacimenti. allora che, variando il piano iniziale, si aumenta la
densità del complesso con « alloggi collettivi » ed edifici di
abitazione a più piani, avvicinandolo ai quartieri urbani ‘ costruiti
negli stessi anni dall’Istituto case popolari.
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La città universitaria: planimetria e edura generale, il Reuorato e la piazza centrale secondo il primo progetto, e veduta del Rettorato |
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La
nascita delle borgate periferiche, abusive o ufficiali, non è fenomeno
che compare nel primo
dopoguerra. I baraccamenti di fortuna nei terreni incolti in attesa di
edificazione oltre il limite costruito della città si rio formati già
alla fine dell’Ottocento, negli anni della
febbre edilizia e dei lavori .pubblici per la capitale; e la borgata di
porta Metronia, realizzata intorno al 1910, è già insediamento «programmato
» per dare tetto alla popolazione marginale di Roma n il minimo
impegno di spesa. Dopo il 1920 la proliferazione dei
baraccamenti abusivi semiprovvisori che si intensifica lungo le strade
radiali anche a causa di una persistente immigrazione spontanea S
provincia, pone alle autorità capitoline problemi di decoro e di ordine
pubblico, proprio nel momento in cui si cerca di
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valorizzare il «
carattere fascista » e il prestigio della Città Eterna.
Inoltre la necessità di una politica abitativa per i ceti più poveri
è reclamata dall’aumento impressionante degli sfrattati e dei
senzatetto che è conseguenza degli ingenti lavori intrapresi nel centro
antico. L’alterazione dei caratteri originari del complesso della Garbarella, con l’inserzione di « alberghi popolari » e di blocchi edilizi di forte densità per aumentarne la capienza, è uno dei primi provvedimenti di emergenza messi in atto. Ma dal ‘24 in poi (è questa la data di inizio degli scavi ai Fori Imperiali) ha cominciato a prendere corpo una politica ufficiale per la realizzazione di “borgate” popolari, secondo il criterio di una dispersione nel territorio, in reciproco isolamento, di assembramenti di povere case in genere mancanti di servizi adeguati interni e di attrezzature di quartiere, affrettatamente e malamente costruite (fig. 1). La serie delle borgate ufficiali è aperta da Acilia, costruita nel ‘24 a 15 chilometri dal centro, verso una zona ancora malarica, per ospitare gli abitanti espulsi dai Fori di Cesare e di Traiano. Fra il ‘28 e il ‘30 si tracciano altre tre borgate, da assegnare agli abitanti delle zone del Campidoglio e dell’Argentina: S. Basilio, fra la via Tiburtina e la via Nomentana; la borgata Prenestina, lungo la via omonima; e la borgata Gordiani, fra la via Prenestina e la Casilina. Il livello abitativo è ancora peggiore degli esempi precedenti, gli alloggi sono spesso costituiti da un solo vano, i servizi igienici e l’acqua potabile sono in comune. A 5. Basilio si sperimenta un tipo edilizio « semi-rurale » attribuendo ad ogni casa uno spazio esterno privato per la coltivazione di un orto, una intenzione che resta tale per l’im-preparazione e la miseria degli abitanti. Fra il ‘35 e il ‘40 è predisposta un’altra serie di borgate: il Trullo, Pietralata, Tufello, Vai Melaina, Primavalle, Tor Marancio, Quarticciolo; cinque delle quali non casualmente edificate presso altrettanti acquartieramenti militari (fig. 2). Rispetto alle baracche a un piano di 5. Basilio, della Prenestina e dei Gordiani, si ha qui un mutamento di indirizzo percepibile in un maggior sfruttamento del suolo, nella costruzione di abitazioni meno precarie, e nella previsione di alcuni servizi collettivi. Il Tufello, VaI Melaina e il Quarticciolo sono costruiti fin dall’inizio con edifici da quattro a sette piani; altri nuclei come 5. Maria del Soccorso e Pietralata sono realizzati inizialmente con abitazioni a due piani, e poi ampliati con blocchi a tre o quattro piani. Tipico in questo senso è anche il caso della borgata di Primavalle (1937), nata intorno a un piccolo insediamento di casette per sfrattati e ad alcuni dormitori dell’Ente governatoriale: il progetto iniziale che prevedeva la ristrutturazione dell’abitato con edifici multifamiliari. |
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Fig.
1 - Le borgate di Roma: tavola di localizzazione delle borgate costruite fra
il ’28 e il ’40 ( Primavalle; Tufello; Vai
Melaina; S. Basilio; Pitralata; Tiburtina; Predestina. Centocelle; .
borgata Alessandrina; . Gordiani: .Tor Pignattara; . Quadrano; . Tor
Mrancio; Trullo) pianta e
veduta della borgata Giordani, veduta della borgata Predestina:
l’ubicazione delle borgate Quarticciolo e Primavalle accanto ai fori
militari; planimetria delle borgate di Pietralata e di S. Maria del
Soccorso. |
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Fig 2 - Pianta e veduta della valle e per la Magliana Nuova. |
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e una corona esterna di abitazioni
monofamiliari con orto, è poi già trasformato nel piano esecutivo, e
ancora modificato in gran parte nell’esecuzione, con l’aumento del
numero dei piani e delle densità dei blocchi residenziali e la mancata
realizzazione dei servizi collettivi Un’ultima borgata, la Magliana
Nuova, è progettata nel ‘40 per essere costruita sulla destra
del Tevere, all’altezza dell’E 42 dove sono in corso i lavori per
l’esposizione del ventennale del Fascismo c)IL PROGETTO DELL’E 42 E
LA RETTIFICA AL PIANO DI ROMA A partire dal 1938, comincia ad
avvertirsi nelle gerarchie più autorevoli del regime fascista un chiaro
senso di insoddisfazione per le incerte prospettive urbanistiche della
capitale, acuito dalle rinnovate ambizioni che conseguono alla
proclamazione dell’impero. Le trasformazioni interne, ormai
quasi tutte portate a termine, hanno creato con la via dei Trionfi e la
via dell’Impero due assi scenografici di grande prestigio per il
rituale celebrativo del regime, il cui lustro però deriva dalle
presenze ambientali preesistenti il paesaggio di natura e di ruderi fra
il Celio e il Palatino, l’arco di Tito, il Colosseo, la colonna
Traiana, o addirittura l’ottocentesco monumento a Vittorio Emanuele Il
senza un qualificante episodio di architettura fascista, dopo
l’avvenuto accantonamento del concorso per il Palazzo del Littorio;
fra le realizzazioni nuove, che non derivano cioè da uno svecchiamento
distruttivo del centro storico, si possono annoverare soltanto edifici
singoli o complessi con destinazione definita, come gli impianti
sportivi del Foro Mussolini, e la città universitaria; la periferia
moderna è costituita in gran parte dalla aggregazione intensiva dei
quartieri impiegatizi e della piccola borghesia, e negli stessi
quartieri alti, fra il Flaminio e i Parioli, sono mancati significativi
arricchimenti recenti della struttura urbana; infine, il piano a macchia
d’olio del ‘31, peggiorato dalle successive smagliature della
normativa, non lascia intravedere alcun chiaro indirizzo di espansione
urbana, salvo la generica inclinazione, carente nelle soluzioni e negli
strumenti, a estendere la città verso i Castelli e il mare. L’idea
di una Grande Esposizione da tenersi nel 1942 per celebrare degnamente
il ventesimo anniversario della conquista del potere da parte del
fascismo, probabilmente dovuta allo stesso Mussolini, è intuita come
una occasione eccezionale per rendere concreta e credibile una revisione
della struttura del piano regolatore, qualificando precisamente
l’espansione della città. Ed è naturale che, scartate alcune
proposte per l’allestimento dell’Esposizione in zone che ancora
insistono sul centro storico (si parli del Foro Mussolini o del
Gianicolo) prenda corpo fra le varie alternative quella che ripropone le
antiche aspirazioni, mai rese attuali ma di volta in volta rinverdite,
per una crescita verso il litorale tirreno.Nelle intenzioni di Mussolini
e degli urbanisti e degli amministratori che hanno un peso determinante
nella politica romana, il grande centro dell’E 42 deve rappresentare
l’elemento cardinale di un sistemi che deriva dal nucleo monumentale
romano-fascista del centro antico (Fori e zona archeologica), e si
proietta poi verso il mare come nucleo portante della futura spinta
edilizia da quella parte. La metropoli futura da Roma a Ostia
sanzionerà simbolicamente con il suo affacciamento sul mare nostrum l’aspirazione
a una egemonia sul Mediterraneo (Figg. 3 – 4). Per la
realizzazione dell’E 42 viene formato un Ente autonomo che incarica
della redazione di un piano generale gli architetti Pagano, Piacentini,
Picconato, Rossi e Vietti. Per l’area prescelta, a sud di Roma in zona
Tre Fontane, va previsto un complesso in parte a carattere permanente,
destinato a formare al termine dell’ esposizione non solo ’ossatura
ma il nucleo già funzionante di un nuovo quartiere. Nel marzo del
’37 è già pronto un progetto di massima che investe 400 ettari di
superficie; un mese dopo sono pronti il plastico e gli elaborati grafici
(Figg. 5 - 6). |
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Il
progetto è impostato sull’asse della via Imperiale che partendo dalla
Piazza Venezia e attraversando le aree archeologiche deve collegare Roma
con l’ E 42 e quindi col mare. Nel progetto
iniziale dell’ Esposizione sono già presenti le esigenze celebrative
del programma, alle quali si piegano le soluzioni urbanistiche che fanno
uso di assi prospettici, di simmetrie minori, di edifici monumentali; le
stesse dissimmetrie inserite per movimentare alcune soluzioni parziali,
o in omaggio a criteri compositivi più aggiornati, non risultano
incisive e convincenti. Nel complesso, la proposta non raggiunge una
precisa unità ambientale e figurativa: l’uso promiscuo di cardini
monumentali e di andamenti edilizi continui, di sistemi assiali e di
articolazioni più variate, è in parte il risultato de] contrasto fra
una potenziale ammagliatura urbano-residenziale e una serie di edifici
celebrativi, e in parte il compromesso derivante dalla diversa
ispirazione degli autori del piano. Comunque l’accordo fra i
progettisti sembra ancora perfetto e nel maggio del ‘37 Pagano può
parlare su « Casabella » di una ‘ collaborazione
totale e veramente efficace ‘ nella conduzione degli studi.
L’impressione che gli architetti moderni riescano a controllare la
situazione pare del resto confermata dalla consulenza loro affidata per
progetti di singoli edifici o di parti del complesso (a Pagano la mostra
dell’industria, a Piccinato la parte residenziale, a Rossi le
attrezzature ricettive, a Vietri il parco dei divertimenti). Tuttavia, anche lo scarso margine di
autonomia concesso agli atteggiamenti innovatori interni alla cultura
fascista risulta scomodo per l’establishment conservatore
romano, per gli interessi economici che già si proiettano sul
programma, per le ambizioni demiurgiche di Piacentini, ora al vertice
della sua potenza politica con le sue relazioni nel governo, nel
Sindacato degli architetti fascisti, nei ministeri dei Lavori Pubblici e
della Pubblica Istruzione, nella facoltà di Architettura,
nell’organizzazione burocratica dell’Ente: almeno così si devono
interpretare la nomina di Piacentini alla direzione generale del
progetto dell’E 42 e la rielaborazione del piano sotto la sua
supervisione a cura del servizio di architettura dell’Ente. Il
nuovo schema del 1938, nel quale il nome di Piacentini precede quello
degli architetti più giovani in veste di capogruppo, supera le
incertezze del precedente impianto in virtù di una propria coerenza
accademica: lo schema si è ampliato e irrobustito, si è fatto più
squadrato e più rigido, più denso di simmetrie incrociate secondo le
due direttrici ortogonali; gli elementi paesistici naturali sono tutti
rigettati ai margini, le sequenze edilizie sono abbreviate e scomposte
in blocchi isolati. t uno schema che per i
suoi vincoli interni e per la sua monumentalità suggestiva di un
« centro imperiale di una città fascista », può
garantire quasi in anticipo, insieme alle destinazioni specifiche dei
singoli complessi, quei risultati di magnìloquente espressività « tutta
romana » che Piacertini si attende dalle architetture destinate
a materializzarlo, per le quali si punta a una adesione plebiscitaria
fra le nuove leve degli architetti italiani attraverso il meccanismo dei
concorsi nazionali. Con
i concorsi si realizza infatti la partecipazione dei migliori architetti
delle nuove generazioni: il palazzo dei Ricevimenti e Congressi è
assegnato ad Adalberto Libera, il palazzo della Civiltà Italiana a
Morizo e La Padula, la piazza Imperiale a Faricio, Muratori, Quaroni e
Morerri, gli edifici iella piazza delle Forze Armate a De Renzi. §:gini
e Pollini, e così via; nell’elenco dei partecipanti ai concorsi, dei
premiati, e degli mancati per le opere esecutive ci sono i nomi di
Albini, Gardella, Minoletri, Luccichenti, Monaco, Bottoni, Lingeri,
Terragani, Banfi, Belgioioso, Pressati e Rogers.
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